Il cotto dell'Impruneta

Il cotto dell'Impruneta

Il cotto è legato alla storia di Impruneta. Viceversa, la vita di Impruneta è legata all’economia del cotto: una tradizione di oltre 700 anni. All’Archivio di Stato si conserva il primo statuto della corporazione dei fornaciai imprunetini, datato 23 marzo 1309: 23 orciolai e mezzinai riunitasi con l'obiettivo di proteggere e controllare la qualità del prodotto.

La fortuna e fama della terracotta dell'Impruneta è dovuta a una concomitanza di fattori: la qualità dell'argilla, la presenza di importanti boschi quali fonte di combustile per le fornaci, la fortunata posizione geografica.  Tra queste colline, in parte ancora coperte da ispide boscaglie (in prunetis), si trovano le miniere di galestro, l’argilla speciale già nota a etruschi e romani.
Gli artigiani di Impruneta erano produttori per Firenze di brocche, conche e orci pregiati,  di embrici, coppi e mattoni per l’industria delle costruzioni, oltre a bellissimi vasi da fiori e sculture di ogni tipo. E con il cotto hanno lavorato Brunelleschi, Ghiberti, Donatello, Michelozzo, Della Robbia, Desiderio da Settignano, Verrocchio, Benedetto da Maiano, e altri maestri del Rinascimento.
Il primo boom del cotto risale al XII secolo. Si usciva dal Medioevo, si sviluppavano i commerci, si accumulavano capitali a Firenze e nel contado. Fiorì così anche l’industria delle costruzioni, dei palazzi-fortezza, dei santuari, degli oggetti votivi. Niente di meglio allora dell’argilla di Impruneta.
Grazie al Santuario mariano, e all’argilla, Impruneta divenne presto un vivace luogo d’incontro, di preghiera e scambi commerciali. Sacro e profano. E anche il cotto ebbe la sua consacrazione.
Sorte all’inizio vicino ai cantieri, le fornaci si moltiplicarono ovunque, e dai semplici laterizi per l’edilizia la produzione si diversificò per soddisfare le varie e crescenti esigenze del mercato: orci e conche per la conservazione degli alimenti, vasi di ogni tipo e dimensione per abbellire case e giardini.
Il vero boom arrivò con il ‘400, quando i fornaciai ricevettero incarichi destinati alla storia dell’arte: uno per tutti il cupolone di Santa Maria del Fiore. Filippo Brunelleschi andava di persona nelle fornaci imprunetine a scegliere tegole e mattoni per l’immensa cattedrale.
Nel ‘500 la manifattura crebbe ancora. Si sviluppò la moda del mattone in vista sia negli edifici militari (Fortezza da Basso) che nelle residenze private (i palazzi Budini Gattai e Zuccari). Il cotto si estese poi alle piazze (Piazza della Signoria) e lo stesso Michelangelo ne pavimentò la Biblioteca Laurenziana.
Anche in seguito il cotto seppe plasmarsi alle esigenze più diverse. Nell’800 si recuperarono le forme gotiche e rinascimentali e le terrecotte smaltate fatte di speciali impasti argillosi, mentre continuavano a svilupparsi le tecniche di lavorazione. I giardini si affollarono di sfingi e figure di donna in stile egizio (come a Villa Stibbert), e il rosso del cotto si sposò  anche con gli elementi architettonici e decorativi del nuovo stile Liberty che rivoluzionò l’architettura di inizio ‘900.
Usatissimo negli anni Sessanta e Settanta per il restauro di ville e casali, la lavorazione del cotto è oggi specializzata in due direttrici principali: industriale, con la produzione di pavimenti e laterizi per abitazioni - cui si affianca la nuova produzione di pareti ventilate e dei nuovi impasti con resine e quarzi -; e artigianale, con orci, vasi e oggetti di arredo creati con tecniche artigiane secondo la tradizione locale.

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